La sera del 5 giugno una platea virtuale di circa 200 partecipanti ha visto conversare Riccardo Mondo, analista junghiano e autore del nuovo quaderno “Il Guaritore Ferito, Mito e Misteri della cura” della collana Ma. Gi. il Quadrifoglio, insieme a Magda Di Renzo, analista junghiana e responsabile del Servizio di psicoterapia dell’IdO e Luigi Turinese, medico omeopata, analista junghiano.

Un testo che sembra fornire oggi risposte indirette al grande tema del trauma e della ferita, che in questi mesi difficili ha investito di nuove prospettive la relazione tra terapeuti e pazienti, rendendo attualissima la riflessione sull’archetipo del guaritore ferito e sulla intensa partecipazione da parte dell’analista alle sofferenze altrui.  In questo tempo di pandemia l’intera personalità del terapeuta, come quella del paziente, è stata esposta al contagio psichico, “con le sue parti più fragili e meno organizzate, che contengono le memorie di personali esperienze dolorose e traumatiche” che oggi, ancor più di prima, possiamo anche definire “collettive”.

Sotto il cielo in eclissi, con una luna rossa e ferita, il dialogo si è aperto ad una luminosa opportunità per immaginare e riflettere insieme sul tema della ferita. Come afferma in apertura Luigi Turinese, non è soltanto “l’applicazione di un mitologema”, ma rappresenta evidentemente per tutti i professionisti della psiche e non solo, una questione di estrema utilità. Narrando ai presenti il mito del Centauro Chirone, maestro di Asclepio fondatore mitologico della medicina, Turinese tratteggia la figura di un guaritore che, seppur immortale presenta una zoppia, che rappresenta simbolicamente l’umanità del curante. Il passaggio innovativo che egli evidenzia nel testo di Riccardo Mondo sta nel riconoscimento di tale umanità anche al “guaritore dell’anima”, spesso vittima dei retaggi freudiani di una mitologia idealizzante.

Le voci ci raggiungono attraverso lo schermo in modo armonico, come sfere colorate ove la spontaneità e la sintonizzazione degli interlocutori fa ben comprendere quanto il tema trattato diventi per ciascuno, pur nel riconoscimento delle differenze tipologiche, il motore di alcune riflessioni ed un mezzo per immaginare diversamente la terapia, spazio in cui terapeuta e paziente sono profondamente ed immaginalmente interconnessi.

Riccardo Mondo svela ai presenti come la celebre frase ossimoro di Jung  “solo il medico ferito guarisce” abbia rappresentato per lui la metafora-guida, che acquista, come afferma Magda Di Renzo, tutto il suo significato “quando concepiamo la relazione terapeutica in modo differente ove il terapeuta non è il solo supposto sapere, né unico conoscitore dei processi psichici”, ma colui che è disposto ad abbracciare la via dell’influenza e del contagio: “chi ha vissuto una profonda ferita ed ha trovato il modo di elaborarla, di conviverci e superarla” può diventare guaritore per l’altro.

Il tappeto della riflessione si allarga quando Riccardo Mondo parlando del Quadrifoglio “Il guaritore Ferito” come un testo insaturo per la meditazione, afferma che il suo punto di partenza è la “rimozione – abuso” di questa preziosa metafora.  Luigi Turinese fa da contro altare all’enfasi sulla ferita sottolineando la spinta alla guarigione e la responsabilità clinica nei confronti dell’altro. La Di Renzo solleva ulteriormente un interessante quesito: “quali rischi ci fa correre la ferita che ci portiamo dietro?”.

È necessario un legame d’eros, afferma Mondo, affinchè qualcosa accada nello stesso campo immaginale. Avere delle risonanze immaginali con il tragico dell’altro, trovando in noi la capacità/possibilità di stare nella stessa immagine, mantenendo responsabilità ed autenticità, consentendo al paziente di rintracciare dentro di sé la componente che cura.

In chiusura un vispo scambio ha animato diverse figure del mondo della cura, donando riflessioni e parole risonanti alla platea virtuale. Tra le tante ne condividiamo alcune.

Consapevolezza della ferita: il lavoro sulla ferita e sui noi stessi ci porta ad accogliere la caducità della vita e ad affacciarsi a quell’area creativa che permette il processo trasformativo della ferita stessa.

Speranza: “Aver lenito la nostra ferita e poter accedere alla possibilità creativa e trasformativa  diviene speranza che possa accadere anche per l’altro”

Occhi: “Ci vogliono occhi supplementari per rivolgersi alla ferita del paziente e non restare legati solo ad un’unica prospettiva, aprirsi ad una multidimensionalitá prospettica.”

Limite: “C’e un limite alla possibilità terapeutica, dato anche dal contesto, dall’altro e dal terapeuta stesso.

Rete: “La rete nel lavoro del terapeuta è una grande risorsa. Il limite diviene il confine per incontrare l’altro, anche nel confronto tra analisti.”

Sospensione del giudizio: Avere a che fare con le ombre dell’altro che sono anche lo specchio delle nostre ombre ci apre a quell’umanità e a quella compassione che diviene accoglienza e  amore per ognuno.

Compassione: la ferita ci fa vivere il contatto con il limite, abbassa la Ubris, il narcisismo e  la separazione dell’archetipo, ci fa sentire su un piano di maggiore contatto da cui può nascere l’elemento di compassione.

Coraggio : ci vuole tanto coraggio a parlare della ferita del terapeuta e penso che si possa farlo quando si è nella maturità perché cambia il nostro modo di percepirla e sentirla, non solo cognitivamente ma con il cuore e il sentimento.

Campo relazionale: In terapia lo psicosoma ci fa sentire immersi nel campo che si genera tra noi e il paziente, stiamo dentro interamente. Il covid ci ha permesso di vivere una realtà condivisa insieme al paziente e di elaborarla contemporaneamente, essendo noi inseriti nella medesima situazione.

Contatto- Contagio:” La relazione ferita in questa pandemia ci ha fatto riflettere tra contagio e contatto: la stessa radice etimologica per ricordarci che dove l’altro ci tocca può ferirci, un risvolto ombroso della terapia.”

Tipologia: il tipo psicologico è un archetipo del limite in quanto condiziona il tutto anche l’incontro del terapeuta e del paziente.

Il nostro contributo è una “testimonianza” ma si rimanda a ciascun lettore e al professionista della cura la possibilità di un viaggio personale di meditazione attraverso la lettura del testo.

Claudia Esposito

Maria Concetta Pappalardo